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Nel campo della missione e della traduzione della Bibbia, ovviamente sempre con lo scopo di evangelizzare tutti i popoli, si stanno manifestando nuove tendenze. L’Associazione Italiana Traduttori della Bibbia esprime qui la propria posizione davanti a queste nuove tendenze che hanno provocato una petizione internazionale, denominata: “Mantenere «Padre», «Figlio» e «Figlio di Dio» nelle traduzioni della Bibbia”.

 

 

 

Origine e sviluppo della questione

 

Alcuni missionari e traduttori della Bibbia si sono domandati cosa frenava la penetrazione del messaggio biblico tra i musulmani e hanno concluso che il problema era principalmente legato alla figura di Gesù come Figlio di Dio e conseguentemente di Dio come Padre di Gesù. Nell’ottica musulmana questa risulta essere un’aberrazione perché comporterebbe implicazioni quali una relazione “sessuale” (tra Dio e Maria) per far nascere Gesù, oltre all’annosa questione della Trinità come unione di tre divinità distinte. Vediamo cosa dice il Corano a proposito:

 

• “Non si addice ad Allah prendersi un figlio” (Sura 19:35a).

 

“Di’: «Egli Allah è Unico, Allah è l’Assoluto. Non ha generato, non è stato generato e nessuno è uguale a Lui» (Sura 112:1-4).

 

“Sono certamente miscredenti quelli che dicono: «Allah è il Messia, figlio di Maria!». Mentre il Messia disse: «O Figli d’Israele, adorate Allah, mio Signore e vostro Signore». Quanto a chi attribuisce consimili ad Allah, Allah gli preclude il Paradiso, il suo rifugio sarà il Fuoco. Gli ingiusti non avranno chi li soccorra! Sono certamente miscredenti quelli che dicono: «In verità, Allah è il terzo di tre». Mentre non c’è dio all’infuori del Dio Unico! E se non cessano il loro dire, un castigo doloroso giungerà ai miscredenti” (Sura 5: 72, 73).

(Le citazioni sono tratte da “Il Corano”, a cura e traduzione di Hamza Roberto Piccardo, Newton Compton editori)

 

Quindi, questi missionari e traduttori si sono chiesti se il problema non fosse fondamentalmente dottrinale, ma riguardasse una questione puramente linguistica, cioè se il problema nascesse dalla falsa interpretazione dei concetti di “padre” e “figlio” e del senso ad essi attribuito. Partendo da questa idea e cercando poi di dimostrare come anche i termini originali ebraici e greci facciano una distinzione tra “padre” e “figlio” biologici e non (di cui parleremo in una sezione a parte di questo articolo), hanno optato in alcuni casi per una sostituzione dei termini relativi con altre parole o espressioni, a loro dire equivalenti, che non facessero nascere nel musulmano una concezione errata del rapporto tra Dio Padre e il Figlio.

 

È nato così un gruppo che promuove le cosiddette Muslim Idiom Translations (MIT = “Traduzioni idiomatiche per musulmani”), cioè delle traduzioni che tengano conto del contesto islamico a cui si rivolgono.

Questo ha portato in alcune nuove traduzioni in arabo, turco, urdu, malese e altre lingue, alla sostituzione dei termini “Padre”, “Figlio” e “Figlio di Dio” con altri come “Dio”, “Signore”, “Messia”, ecc…

 

Un esempio esplicativo è quanto fatto nella nuova traduzione in arabo dei Vangeli e degli Atti, chiamata The True Meaning of the Gospel of Christ (“Il vero significato del Vangelo di Cristo”), curata tra gli altri da Mazhar Mallouhi, un arabo-siriano che si autodefinisce “un musulmano Sufi seguace di Cristo”, editore del volume che ha visto la collaborazione anche di persone della missione Frontiers e la consulenza di un esponente della SIL International.

Il famoso passo di Matteo 28:19 che parla del battesimo fatto “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” viene tradotto con “nel nome di Dio, il suo Messia e il suo Santo Spirito”.

 

Queste ed altre traduzioni simili hanno giustamente fatto sollevare le proteste di molti missionari e di altri traduttori (nonché di vari musulmani convertiti) che, pur consapevoli del fraintendimento di fondo che i musulmani hanno della questione, vedono in questi accorgimenti un reale rischio di minare l’integrità della Scrittura e la rimozione di concetti fondamentali quali la relazione Padre-Figlio tra Dio e Gesù e la stessa Trinità.

 

 

La petizione e le repliche alle accuse.


Alcune settimane fa è quindi nata una petizione online, promossa da Biblical Missiology e Horizon International e rivolta principalmente alle missioni Wycliffe/SIL e Frontiers, principali organizzazioni accusate di acconsentire, se non addirittura di promuovere, tali traduzioni con una politica ben precisa a proposito. In Italia è l’associazione MEtA che si è fatta promotrice dell’iniziativa. La petizione ha raggiunto, al momento della stesura di questo articolo (fine febbraio 2012) più di 10.000 adesioni.

 

La problematica si inserisce in una tematica più vasta che coinvolge anche altre iniziative in atto nel mondo evangelico tra alcune missioni che si occupano di raggiungere i musulmani. Azioni come quella del cosiddetto “Insider Movements” e documenti come quello del “Common Word”, stanno proponendo una strategia di missione che tende a non disturbare troppo né i musulmani né quelli che dall’Islam si convertono al cristianesimo.

Si è quindi arrivati a definire queste iniziative non più come cristiane, ma come proponenti una specie di sincretismo definito “Crislam” (= cristianesimo+islam).

 

Vista l’enorme eco che l’iniziativa della petizione ha creato, alcuni documenti di replica alle accuse sono stati messi in rete dalla Wycliffe e dalla SIL International (che oltre a respingere parte delle accuse hanno anche deciso di bloccare, almeno per ora, i progetti di traduzione in discussione e che li vede in qualche modo coinvolti) e delle successive controrepliche da parte di Biblical Missiology.

La mole di argomentazioni sulla problematica è tale che è impossibile riportare qui tutte le questioni del contendere.

 

Da parte nostra però ci teniamo a presentare la nostra posizione in merito, oltre a fare una breve analisi del problema “Padre”/”Figlio”in questione.

 

 

I termini padre e figlio nel testo biblico.

 

Gli assertori e promotori della validità di questo tipo di approccio alla traduzione di termini come “padre” e “figlio” provano a dare una motivazione linguistica a questa loro presa di posizione sostenendo che si tratta a tutti gli effetti di una traduzione più precisa e attuale dei termini che troviamo nei testi originali ebraici e greci.

In pratica essi affermano che anche nei testi originali si trovano termini che indicano un rapporto padre-figlio del tipo strettamente biologico, e termini che invece indicano un rapporto padre-figlio più generico, allargato, di tipo sociale. Se questo è presente nei testi originali ciò significa che deve essere rispecchiato anche nelle traduzioni, ed è per questo motivo che sono sorti questi nuovi tipi di traduzione a cui abbiamo fatto cenno più sopra.

 

Ma siamo sicuri che le cose stiano esattamente così?

Proviamo a dare uno sguardo a ciò che effettivamente troviamo nei testi originali (per brevità considereremo in modo più diffuso soltanto l’ebraico, dove tra l’altro possiamo trovare un numero maggiore di brani pertinenti, visti i numerosi brani a carattere narrativo, mentre per il greco ci limiteremo a qualche considerazione di riflesso).

 

 

Il problema “figlio”.

 

In quell’articolo si afferma che in ebraico esiste un termine (yeled) che sta ad indicare “figlio biologico” e un altro termine (ben) per indicare “figlio sociale” (adottato, acquisito, ecc.).

Il problema è che questa netta distinzione tra i due significati, in ebraico, non è per niente così evidente, anzi, sembra piuttosto una forzatura.

Come prima cosa dobbiamo precisare che il significato principale di yeled non è “figlio”, bensì “bambino, ragazzo, giovane” dove viene messa in evidenza la giovane età della persona in questione, senza peraltro indicarne la qualità di figlio (un po’ come quando si dice “guarda che bel bambino”… si allude al suo essere bambino, non alla sua qualità di figlio, sebbene sia naturalmente anche figlio di qualcuno).

 

Se yeled avesse il significato di figlio biologico, dovremmo trovare questo termine anche quando ci si riferisce a un figlio biologico adulto (un figlio è figlio biologico anche a cent’anni), ma questo nell’Antico Testamento non avviene: ci si riferisce ad un figlio adulto (anche biologico) con il termine ben (es. Ge 48:2, 19 dove Giuseppe è figlio biologico di Giacobbe, ha circa 55 anni, sposato con due figli e viene definito ben).

 

È vero poi che il termine yeled, in alcuni contesti, può assumere l’accezione di figlio (Ge 30:26; 32:23; 33:5; Es 21:4 figli di lei; ecc.), ma quasi sempre utilizzato al plurale, come termine collettivo, e quindi non provante al fine di determinare un rapporto biologico. Inoltre il termine yeled viene usato anche per “giovane” come contrapposizione ad “anziano” (1Re 12:8), come “giovane di animale” (Gb 38:41), come “maschio” in contrapposizione a femmina (Es 1:17) ed anche in costruzioni allargate come “figli di ribellione” (Is 57:4) o “figli di prostituzione” (Os 1:2); in tutti questi casi la peculiarità biologica proprio non può essere presa in considerazione.

 

A supporto della caratteristica biologica di yeled viene citato in particolare 2Re 4:1 (“Mio marito, tuo servo, è morto; e tu sai che il tuo servo temeva il SIGNORE. Il suo creditore è venuto per prendersi i miei due figli come schiavi”). Quello che risalta da questo brano, non è tanto il rapporto biologico madre-figli (che comunque poteva essere espresso anche con il termine ben), ma il fatto che i figli di quella donna erano ancora giovani e che lei stava per perderli; è vero che, in quanto madre, erano suoi figli biologici, ma è anche vero che se pure fossero stati figli adottivi o quant’altro non avrebbero avuto una sorte diversa e sarebbero sempre stati presi come schiavi dal creditore.

Un ulteriore fatto da notare è che nei versetti successivi (4, 5, 6 e 7) il testo definisce questi stessi figli con il termine ben, perciò anche in questo caso (come anche in Rut 1:5) si può ravvisare il motivo dell’utilizzo di yeled al v. 1 come un modo per descrivere il grave stato emotivo in cui si trovava la donna.

 

Sempre in merito all’ipotesi yeled = figlio biologico, bisogna tenere in considerazione anche un altro fatto molto interessante e che riguarda una caratteristica piuttosto marcata della lingua ebraica e di altre lingue semitiche: quella di utilizzare particolari costruzioni dove il verbo e il complemento oggetto appartengono alla stessa radice, ottenendo come risultato un forte effetto di assonanza (es. sacrificare sacrifici, sognare sogni, odorare odori, parlare parole, ecc.).

Ora, in ebraico il verbo per generare/partorire è yalad, da cui deriva il nostro yeled. Utilizzando in combinazione questo verbo e questo sostantivo si produrrebbe una perfetta costruzione in pieno stile semitico e si esprimerebbe al meglio il concetto di qualcuno che genera/partorisce un figlio in stretto senso biologico.

Di questa costruzione però non c’è nessuna traccia in tutto l’Antico Testamento. Infatti, quando si legge di qualcuno che genera/partorisce un figlio si trova sempre la costruzione yalad + ben, costruzione grazie alla quale possiamo affermare con assoluta semplicità e naturalezza (visto anche il vastissimo uso che se ne fa in tutto l’Antico Testamento – es. Ge 3:6; 4:25; 5:4; Es2:2; Gc 13:3; ecc.) che se proprio si vuole trovare un termine che serva ad indicare un figlio biologico, questo è proprio ben, il termine ebraico specifico e più diffuso per “figlio” (la frase “partorì un figlio” è quanto di più biologico ci si possa aspettare da un testo).

 

Ora, è vero che il termine ben viene usato anche per relazioni non strettamente filiali, ma questi usi più allargati derivano proprio dal suo significato di base.

Ecco alcuni degli innumerevoli altri usi di ben:

• figlio in termine collettivo (1Cr 6:3, tra i figli è inclusa anche Miriam, tecnicamente una figlia).

• figlio inteso come nipote (Ge 31:55, “Labano baciò i suoi figli”, ma dalla storia sappiamo che erano i suoi nipoti; 2Cr 22:9 Acazia viene definito “figlio di Giosafat”, mentre in realtà era suo nipote, cfr. 21:1 e 22:1).

• figlio inteso come nipote, ma nella costruzione figli dei figli (Es 34:7).

• figlio inteso come termine affettivo (“figlio mio” di Saul con Davide – 1Sa 26:17 – o di Eli con Samuele – 1Sa 3:6).

• figlio inteso come espressione di sottomissione (2Re 8:9 “tuo figlio Ben-Adad, re di Siria, mi ha mandato da te per dirti…”).

• figlio adottato o acquisito (Es 2:10, la figlia del faraone con Mosè; Rut 4:16, Naomi ottiene un figlio tramite Rut grazie alla legge del levirato, cfr. De 25:5-6).

• per indicare l’età (Ge 25:20 “Isacco aveva 40 anni”, lett. Isacco era figlio di 40 anni).

• per indicare una caratteristica (1Sa 25:7 “uomo malvagio”, lett. figlio di malvagità; De 3:18 “uomini valorosi”, lett. figli di forza; ecc.).

discendenza (“figli di… nelle varie genealogie”, Ge 10:20; 1Cr 1:5; ecc.).

popolo/nazione (“figli d’Israele” per gli Israeliti; “figli di Chet” per gli Ittiti; “figli di Ammon” per gli Ammoniti; “figli dell’est” per gli Orientali; ecc.).

essere umano (Nu 23:19 Dio non è un figlio d’uomo, cioè Dio non è un essere umano come noi).

classe di persone (Es 28:40 “figli di Aaronne”, i sacerdoti).

discepoli (2Re 2:5 “discepoli dei profeti”, lett. figli dei profeti).

stranieri (Ge 17:27; Es 12:43 “figlio di straniero”).

figli di Dio (Ge 6:2; Gb 1:6, angeli?).

Israele come “figlio di Dio”(Es 4:22; De 14:1; Is 1:2; Sl 82:6).

il Figlio di Dio (Sl 2:7).

giovane animale (Ge 18:7 “vitello”, lett. figlio del bestiame; Sl 114:4 “agnelli”, lett. figli del gregge; ecc.).

• ecc.

Tutti questi usi, così disparati, di ben non vogliono assolutamente dire che questo termine ha in sé solo un significato di figlio in senso generico; dimostrano invece come, partendo da un termine con un significato ben preciso (figlio, anche dal punto di vista biologico), si possa arrivare per estensione ad altre espressioni che implichino in un certo senso un concetto di generazione o derivazione.

 

 

Il problema “padre”.

 

Nello stesso articolo si fa un discorso simile riguardo al concetto di padre: si afferma che esistono due termini che esprimono l’aspetto di padre biologico (yoled e hore) e un termine più generico per padre (ab). Anche in questo caso dobbiamo riscontrare alcune considerazioni non proprio pertinenti.

 

Per prima cosa, yoled e hore sono due participi dei rispettivi verbi per generare/partorire (yalad) e concepire/rimanere incinta (hara).

Questi participi maschili compaiono molto di rado in tutto l’Antico Testamento (sei volte il primo e una volta sola il secondo) e perciò non possono essere presi come valido sostegno di una tale affermazione. I casi in cui ricorre yoled sembrano poi affermare proprio il contrario: Proverbi 17:21 (“chi genera uno stolto”) e Proverbi 23:24 (“chi ha generato un saggio”) presentano entrambi yoled in parallelo (la forma poetica ebraica è appunto il parallelismo) con ab, padre (il padre dell’uomo da nulla o il padre del giusto); perché quindi il primo termine dovrebbe rappresentare un rapporto biologico e il secondo no? Se non c’è biologicità in padre del giusto non vi è nemmeno in chi genera uno stolto, senza parlare poi del caso limite di Geremia 30:6 (“Informatevi e guardate se un maschio partorisce!”), dove abbiamo proprio il termine yoled.

 

Anche per quanto riguarda l’unico caso di hore in Genesi 49:26 (“Le benedizioni di tuo padre sorpassano le benedizioni dei miei progenitori”) abbiamo un caso di parallelismo con ab (il cap. 49 di Genesi è scritto in forma poetica).

È inoltre significativo precisare che anche i verbi concepire e partorire (la biologicità per eccellenza) vengono utilizzati per un uso più generico e allargato come per esempio “concepire il male e partorire iniquità” (Is 59:4) “concepire malizia e partorire rovina” (Gb 15:35) “concepire pula e partorire stoppia” (Is 33:11); pertanto la base di tali affermazioni non è affatto sostenibile.

 

È senz’altro vero che ab oltre a significare padre di tipo biologico (Ge 2:24) ha molti altri svariati usi (progenitore – Is 51:2; primo di una categoria – Ge 4:20; consigliere – Ge 45:8; titolo di rispetto – 1Sa 24:12; 2Re 2:12; 6:21; in riferimento a Dio – Is 63:6; Ml 1:6; 2:10; ecc.), ma questo non può voler assolutamente dire che ab abbia solamente una valenza e un significato “sociale”.

 

 

Uno sguardo anche al Nuovo Testamento.

 

Ora, utilizzando lo stesso ragionamento all’interno del Nuovo Testamento (dove huios e teknon sono l’equivalente greco di ben“figlio”, pater l’equivalente greco di ab“padre” e paidion l’equivalente greco di yeled-“bambino”) si arriva ad affermare che quando si è in presenza di termini non strettamente collegati ad un concetto di legame biologico (quindi, secondo la loro ipotesi, huios e pater) siamo autorizzati a sostituire in qualche modo le espressioni “figlio di Dio” (riferito a Gesù) o “figli di Dio” (riferito ai credenti) a ancora “padre” (riferito a Dio) per non creare possibili fraintendimenti.

Il fatto è che anche in greco non esiste questa distinzione netta tra termini che indicano da una parte una figliolanza biologica e dall’altra una di tipo allargata.

 

Per esempio, per l’espressione “figlio di Davide” si usa sempre e solo huios, mentre per “figli di Abraamo” si utilizza sia huios (Mt 1:1; Lu 19:9; Ga 3:7) che teknon (Mt 3:9; Gv 8:39); per “figlio di Dio”, riferito a Gesù, si usa sempre e solo huios, mentre per “figli di Dio” si usa sia huios (Mt 5:9; Lu 20:36; Ro 8:14, 19; 9:26; Gal 3:26) che teknon (Gv 1:12; 11:52; R 8:16, 21; 9:8; Fl 2:15; 1Gv 3:1, 2, 10; 5:2); ecc.

Soltanto huios viene utilizzato per esprimere il concetto di rapporto biologico (Lu 1:13, 31, 57), ma entrambi possono esprimere il concetto di rapporto filiale più allargato; come si fa allora a fare una distinzione così netta e dire che huios è usato solo in senso generale?

 

Ancor più sconcertante è l’affermazione che il termine greco per esprimere figlio biologico è ghennema.

Questo termine, che ha come significato di base “ciò che è generato/progenie/figlio”, compare solo quattro volte nel Nuovo Testamento (Mt 3:7; 12:34; 23:33; Lu 3:7), ma sempre e solo nell’espressione idiomatica “razza di vipere”; questi versetti semmai sono la chiara dimostrazione che nel Nuovo Testamento ghennema non è utilizzato per esprimere figliolanza biologica.

 

Affermare queste cose sembra sinceramente un modo per far mascherare di scientificità una presa di posizione precedentemente abbracciata, e questo non fa sicuramente bene a tutto il prezioso lavoro di traduzione della Bibbia che si sta portando avanti in tutto il mondo.

 

 

Conclusione.

 

Concludendo, quando in un lavoro di traduzione della Bibbia ci troviamo di fronte a espressioni come “figlio di Dio” o “figli di Dio” (ma lo stesso vale anche per “figli del diavolo” o qualsiasi altra costruzione di questo tipo), se nella lingua ricevente sono presenti termini diversi e distinti per figlio biologico e non, allora andremo sicuramente a utilizzare il termine che sarà più appropriato (che significherà comunque sempre figlio) proprio per non creare fraintendimenti. Ma se in quella lingua non esiste un termine specifico per tale concetto, allora non potremo assolutamente permetterci di andare a sostituire “figlio” con qualche altra espressione (come è stato fatto usando “messia” o “diletto di…”) per non andare a urtare la cultura di quel popolo (al limite si possono sempre usare note esplicative).

 

Nel caso specifico della lingua araba, anche nel Corano si utilizza il termine “figlio” per costruire concetti più allargati come per esempio “figlio della strada” (ibn al-sabil) per intendere “viandante” (Sura 2:177, 215), quindi non sarà impossibile per un parlante arabo comprendere il concetto più ampio di figlio o figli di Dio.

 

Se poi nella cultura musulmana non si può immaginare un Dio che abbia dei figli, questo è un altro problema (anche per la cultura ebraica era inaccettabile l’idea che Gesù si definisse “figlio di Dio” – che equivaleva a farsi uguale a Dio, vd. Gv 5:18 -, ma non per questo Gesù ha mai negato di esserlo) che dovrà essere sicuramente affrontato, ma non certamente andando a modificare le verità fondamentali della Parola di Dio.

 

 

POSIZIONE

DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA

TRADUTTORI DELLA BIBBIA

 

L’Associazione Italiana Traduttori della Bibbia ribadisce a questo proposito quanto segue:

 

1. di essere contraria ad ogni tentativo di tradurre o “aggiustare” delle traduzioni sulla base della convinzione religiosa o della “sensibilità morale” dei possibili lettori per cui la Bibbia viene tradotta;

 

2. di non aver tolto e di non avere assolutamente intenzione di togliere nessuno dei riferimenti a Dio Padre o al Figlio di Dio in nessuna delle traduzioni in cui è direttamente coinvolta;

 

3. di essere assolutamente indipendente da qualunque scelta dovesse essere fatta a questo proposito dalla Wycliffe Global Alliance (ex Wycliffe Bible Translators), dalla SIL International o da qualunque altra organizzazione o missione con cui AITB è attualmente partner o potesse in futuro collaborare;

4. di essere altresì convinta che ogni traduzione deve rispecchiare nella maniera più fedele possibile quanto espresso dal testo biblico originale ebraico, aramaico e greco, evitando ogni accorgimento che mini la fedeltà di trasmissione del messaggio in esso contenuto. Allo stesso modo si dovrebbe cercare di evitare in ogni modo possibile ogni traduzione fuorviante o che possa creare fraintendimenti in chi legge (includendo, se necessario, l’uso di note, voci di glossario o altri materiali che accompagnino la traduzione);

 

5. di essere assolutamente contraria a iniziative tipo quella dell’Insider Movements o di chiunque altro promuova un compromesso tra l’essere cristiani convertiti e la propria religione di precedente appartenenza.

 

 

Detto questo AITB invita i promotori e sottoscrittori di petizioni e appelli di questo tipo, oltre ad una sempre accurata e profonda conoscenza di tutti gli aspetti del problema, a fare attenzione di non fare di tutta l’erba un fascio per non minare la credibilità di centinaia e centinaia di missionari e traduttori della Bibbia (anche all’interno della Wycliffe e della SIL o di altre missioni o gruppi che sono in qualche modo associati o che collaborano con loro) che invece lavorano con assoluta fedeltà, amore e dedizione, mettendo talvolta anche a repentaglio la propria vita e che potrebbero vedere compromesso o rallentato il proprio lavoro.

 

Ci auguriamo inoltre, per noi stessi in primo luogo, ma anche per chiunque alza la propria voce e si espone in prima persona in iniziative simili, che ci possa essere sempre una piena coerenza personale a 360°, rimanendo fuori anche da tutte quelle altre situazioni di compromesso che, anche se talvolta meno evidenti, minano in ugual modo la purezza e la chiarezza del messaggio di salvezza che siamo chiamati a portare al mondo.

Ringraziamo il mensile: “Il Cristiano” per l’articolo.


Ruben

Ruben, Nato a Luino (varese) il 19-giugno-1991. Convertito al vangelo il: novembre 2008 all'età di 17 anni. Servo il Signore predicando la Parola come "predicatore" nella mia assemblea(Luino) e ,di tanto in tanto, anche in altre assemblee evangeliche. Dal 2010 servo il Signore usando la mia passione (informatica) ho quindi aperto il sito internet: www.semplicementelavorando.it

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